BIFF 2017 – INTERVISTA A PABLO SOLARZ, REGISTA DI “THE LAST SUIT”

Le interviste fatte al Busan International Film Festival non sono finite, ecco quella del  18 ottobre 2017 al Pablo Solarz.

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Pablo Solarz è un sceneggiatore e regista, conosciuto per lo Piccole storie (2002) Un novio para mi mujer (2008) Dal quale sono stati fatti due rifacimenti, il coreano All About My Wife (2012) e l’italiano Un Fidanzato per mia moglie (2014), a Busan ha presentato la sua ultima fatica The Last Suit.

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Abraham Bursztein (Miguel Ángel Solá) ha confezionato il suo ‘last suit’, il suo ultimo completo e, dopo aver perso la sua casa in Argentina ha deciso di partire alla volta della Polonia per donarlo all’amico che lo salvò durante l’occupazione nazista, anni e anni prima. Spagna, Francia, passando per l’odiata Germania, fino alla natia Polonia, il viaggio dello scorbutico Abraham è pieno di soprese e inconvenienti, di incontri con persone di diversa età e conversazioni persino con dei tedeschi. Un viaggio attraverso i ricordi dell’infanzia e giovinezza in un’idealizzata Polonia e lo scuro presente che sembra scorrergli via dalle mani. Nonostante tutto, Abraham riesce nel suo intento.” 

-Quanto di personale c’è in The Last Suit?

I miei nonni paterni sono polacchi, si trasferirono dalla Polonia in Argentina quando erano bambini a causa dei genitori, durante la seconda guerra mondiale, ma prima dell’occupazione nazista. Scapparono dalla violenza dell’antisemitismo e dalla scarsità che ci fu dopo la prima guerra mondiale. Sono ebrei e odiavano davvero tanto la Polonia. Con il tempo, odiare un popolo intero mi è parsa come una cosa strana. Strana e pericolosa. Lavoravo senza rendermene conto, poi ho avuto la necessità di tornare alle origini e capire cosa è successo, il perché di tanto odio, di tanto dolore e ricostruire un po’ il passato. Si può dire che fosse come una necessità personale. Abraham assomiglia a mio nonno, nel modo in cui osserva, nel modo in cui parla e nel modo in cui pensa. È un signore severo, arrabbiato, di cattivo umore, un po’ antipatico; può essere molto tenero ma anche molto terribile. E ci sono dei motivi per i quali ha questo carattere, è comprensibile. Ho un nonno che è molto simile a Abraham in questo senso, è molto difficile vederlo felice, c’è sempre qualcosa che non va. È un po’ difficile relazionarsi con le persone così però questa è la superficie, dentro a una persona così ci sono sentimenti buoni. Sono sì complicate, ma semplici al tempo stesso. Un po’ come Abraham che nel film si arrabbia con la figlia Claudia perché quest’ultima non le aveva detto ‘Te quiero mucho [ti voglio tanto bene]’, proprio come un bambino.

-Il film è un viaggio tra i ricordi, quanto è importante l’attaccamento al passato nella sua carriera?

Assolutamente, la memoria è fondamentale. I ricordi sono tergiversati con il tempo, vengono migliorati, abbelliti. I ricordi non sono concetti, sono suoni, odori, immagini e fintanto che durano sono parte di noi e si può dire che siano presenti, non sono qualcosa che appartiene necessariamente al passato. I ricordi sono circostanze speciali, e quando tornano e ritornano possono diventare ossessioni. Circostanze che modificano quello che sta succedendo ora, con il quale non si può più parlare di ricordi perché fanno parte del presente. A volte i ricordi sono sogni, e i sogni occupano la maggior parte della nostra esistenza. Perché sogniamo quando dormiamo ma anche quando siamo svegli. E dormiamo, quanto dormiamo? Un terzo della nostra vita lo passiamo a dormire. Poi, anche se siamo svegli, continuiamo comunque a sognare. Perciò quanto tempo occupano queste cose? La memoria, le immagini che i sogni mostrano, i ricordi. Queste cose occupano la maggior parte del tempo che abbiamo a disposizione. Sono il passato, sono il presente e sono il futuro. Come si può fermare il proiettore di queste immagini? Se imparassimo a fermarle avremmo molto potere.

” Mi piace molto una parte del cinema coreano, penso che sia molto importante e influente.”

*A questo punto dell’intervista siamo stati interrotti da un membro dello staff del BIFF che ho salutato in coreano e, incuriosito, il regista ha chiesto come mai sapessi il coreano. Ho iniziato a parlare un po’ di me e del fatto che studi cinema in Corea. Da qui siamo arrivati a parlare dei nostri registi coreani preferiti.*

Solarz– A me piace Hong Sang-soo, In Another Country, Woman on the Beach, domani vado a vedere Day After [al BIFF], poi c’è The Day a Pig Fell into the Well. Mi piace molto una parte del cinema coreano, penso che sia molto importante e influente.

E perché?
Perché mi ha influenzato, mi ha commosso, mi ha fatto riflettere.

-Dato che abbiamo citato il cinema coreano, parliamo di una sua vecchia sceneggiatura, quella per Un Novio Para Mi Mujer (Juan Taratuto, 2008). Se si pensa a Pablo Solarz e alla Corea è inevitabile parlare di All About My Wife ( 아내의 모든 , Min Kyu-dong, 2012), ma sapeva che il film è stato rifatto anche in Italia con il titolo Un fidanzato per mia moglie (Davide Marengo, 2014)? Ha avuto modo di vedere questi due film e se sì, che opinioni ha a riguardo?

Ho visto entrambi i film ma la coreana non l’ho capita molto. Non ho ben compreso il personaggio femminile, sarà perché è di un’altra cultura. Il personaggio femminile argentino era più forte e complesso, mentre questo mi è sembrato un po’ piatto. Per quanto riguarda la versione italiana, sono rimasto impressionato dalla somiglianza che ha con l’originale, anche nel modo di girare. È strano vedere la mia storia in versioni differenti, il fatto che qualcuno abbia preso spunto dalla sceneggiatura originale che ho scritto per il film argentino. È stato rifatto in molti paesi, anche in Brasile, Messico e India, insomma, quasi tutti i continenti. È stranissimo.

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-Torniamo a The Last Suit, perché il presente è in bianco e nero mentre i ricordi sono a colori. Generalmente è il contrario. Che significato c’è dietro a questa scelta ben pensata?

Perché è in questo modo che me lo sono immaginato. Mi è sembrata una buona idea usare il bianco e nero come mezzo per mostrare la situazione emotiva del personaggio nel presente, e mi serviva il bianco e nero per catturare al meglio la texture della pelle, del volto, delle mani e la sensazione generale per raccontare la storia di un anziano, di un uomo di quasi novant’anni. Inoltre con il bianco e nero sembra che avesse dieci anni in più mentre l’attore ha una settantina d’anni, il che ci ha aiutato a caratterizzare il personaggio. Invece, il passato è a colori perché rappresenta un’epoca idealizzata. Ci sono momenti del passato che avvengono dopo la colonizzazione ma per mantenere uno stesso codice, abbiamo fatto tutto il passato a colori.

-Mentre guardavo il film, ho pensato infatti che il passato fosse idealizzato e, durante la scena del ballo o quando la bambina narrava la storia, mi è sembrato quasi che i personaggi fossero messi in una stanza ma che il luogo non fosse ben definito, queste scene, questi ricordi sono come sospesi.

Sono in un limbo tra sogno e ricordi idealizzati, i ricordi migliorati, cambiati a causa del tempo, per la necessità di trovare un luogo di felicità o forse questa è una relativizzazione degli avvenimenti, non è importante se queste cose siano successe o meno.

-Ha sempre pensato a questo happy ending, quindi i due che si ricongiungono o ha preso in considerazione anche l’idea di un finale più triste?

Sì, sempre pensato a un happy ending, perché ho preso spunto da una storia reale che ho avuto modo di sentire per questo ho sempre pensato a questo finale. È la storia di un signore che, dopo settant’anni, va nell’Europa dell’est per incontrare di nuovo l’amico che lo ha salvato durante l’occupazione [nazista] e riesce infine a incontrarlo. Basandomi quindi su questa storia ho deciso da subito che i due amici si sarebbero rincontrati.

– Infine, il casting del film com’è avvenuto? Miguel Ángel Solà è Àngela Molina sono due grandissimi interpreti, ha pensato subito a loro?

Ho pensato subito a Àngela Molina. Mentre, dopo che mi sono reso conto che avrei dovuto lavorare con un attore con un’età più giovane [di Abraham] e invecchiarlo ho pensato a Miguel Ángel Solà perché è il mejor [migliore]. Poi, abbiamo lavorato anche con il costumista argentino e la costumista spagnola. Abbiamo voluto far esprimere il personaggio con dei vestiti leggermente esagerati, quasi come quelli dei clown. E abbiamo raggiunto quello che poi hai visto al cinema.

 

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    Articolo di: Silvia Crippa

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