[FOCUS] ANALISI DEL IL SISTEMA UNIVERSITARIO COREANO ATTRAVERSO IL DOCUMENTARIO “REACH FOR THE SKY”

La nostra esperta di società coreanaGiulia, è tornata a scrivere per noi un lungo Focus sul mondo delle università coreane partendo dal documentario “Reach for the SKY” andato in onda alcuni giorni fa su Rai3.


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Qualche giorno fa su Rai3 è andato in onda il programma Doc3, spazio di circa 50 minuti interamente dedicato alla presentazione di alcuni dei migliori documentari del panorama internazionale; durante la trasmissione, a cura di Fabio Mancini con consulenza di Luca Franco, è stato mandato in onda “Reach for the SKY”, documentario diretto dal regista e produttore belga Steven Dhoedt e dal regista coreano freelance Wooyoung Choi.

“Reach for the SKY” tratta il tanto discusso argomento dell’esame College Scholastic Ability Test, in coreano 수능 diminutivo di 대학수학능력시험, volgarmente lo potremmo intendere come l’esame di maturità italiano. Nella pellicola i due registi seguono gli studenti per un anno, anno in cui si preparano ininterrottamente per sostenere questa prova considerata uno degli esami più importanti e difficili della loro carriera scolastica.

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La trasmissione comincia col presentare la modalità in cui si svolge il test; il D-DAY città intere si fermano per non disturbare gli studenti, uffici e borsa aprono più tardi rispetto all’orario normale e taxi, autobus, ambulanze e macchine della polizia sono tutti a disposizione in modo da permettere agli esaminati di giungere in tempo per sostenere l’esame.
Questa prova viene introdotta come un test che impiega psicologicamente gli studenti a livelli impensabili, spesso spinti verso il limite da familiari e insegnanti; tuttavia, erroneamente, la Corea è descritta come il paese che possiede il più alto tasso di suicidi nei giovani tra i 15 e i 24 anni. E’ vero che la Corea si colloca tra le prime posizioni per quanto riguarda le statistiche relative ai suicidi, ma parliamo di indagini che comprendono tutte le età e non si focalizzano solo sugli studenti; secondo dati del 2014 del Statistics Korea la maggior causa di morte di persone fra i 10 e i 39 anni è il suicidio, eppure il paese con il più elevato tasso di suicidi fra giovani, secondo l’OECD, è la Nuova Zelanda.

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Il documentario presenta il titolo “Reach for the SKY” (in coreano 공부의 나라 ‘Il paese dello studio’) come un acronimo. SKY è, difatti, la parola che si forma con le iniziali delle tre università più famose, conosciute, ambite e rinomate: S come Seoul National University, K come Korea University e Y come Yonsei University.
Riuscire a entrare in una di queste tre facoltà comporta risultati quasi perfetti all’esame; se il punteggio è insufficiente, gli studenti possono decidere se ripetere il test l’anno successivo.

La prova, svolta a Novembre, si compone di diverse sezioni: lingua coreana, lingua inglese, storia coreana, studi sociali, scienze, formazione professionale, seconda lingua e caratteri cinesi. Studi sociali, scienze, formazione professionale e la seconda lingua sono divise a loro volta in varie sub-sezioni (per esempio geografia mondiale, economia, biologia, fisica, capire l’agricoltura, arabo, giapponese, etc.) e ognuna categoria ha un punteggio massimo che varia da 50 a 100.

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Il test, che impegna circa 600 mila studenti all’anno e si svolge nell’intero arco di una giornata (dalle 9 di mattina circa fino alle 6 di pomeriggio), fu ufficializzato nel 1994 e da allora si è formato un vero e proprio business dietro; il documentario ci presenta “l’insegnante da 4 milioni”, ovvero Kim Ki-hoon, istruttore di inglese che ha costruito il suo impero dando lezioni online ed è diventato il principale tutor d’inglese della più grande azienda che si occupa di educazione privata, Megastudy. Questa compagnia è una dei tanti istituti privati (chiamati 학원 ‘hagwon’) in cui i ragazzi, finita la normale giornata scolastica, si rifugiano per continuare a studiare, molte volte rientrando a casa a mezzanotte. Secondo il Ministero dell’Educazione e Statistics Korea , questo commercio nel 2016 ha portato i genitori a spendere approssimativamente 256 000 won al mese (poco più di 200 mila euro); questo sondaggio, condotto su 43 000 famiglie con bambini alle elementari, medie e superiori, segna il più grande importo speso mensilmente dal 2007, anno in cui sono stati stilati questi dati per la prima volta.

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Molto spesso la maggior pressione viene dalle famiglie; la rapida crescita degli ultimi 50 anni in Corea è dovuta anche allo zelo per l’educazione, formazione che viene vista come un modello da seguire anche secondo l’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Tuttavia, in un’intervista condotta dall’emittente televisiva Arirang, il presidente dell’assemblea del Comitato Nazionale per l’Educazione Sul Hoon afferma che il sistema coreano ha numerosi problemi; secondo Sul Hoon, uno degli errori principali è la classificazione delle università che incoraggia un’atmosfera che si focalizza sulla cerchia accademica.
Nonostante la Corea sia uno dei paesi più performanti fra le nazioni dell’OECD in ambito letterario, matematico e scientifico e malgrado possieda una delle maggiori forze lavoro alfabetizzata, la pressione accademica che devono subire gli studenti è probabilmente la più alta al mondo; secondo un articolo intitolato “An assault upon our children” (Un attacco sui nostri figli) pubblicato sul ‘New York Times’ da Koo Se-woong, coreano trasferitosi in Canada, il sistema scolastico coreano è dominato da mamme tigri, corsi privati e insegnanti parecchio autoritari. L’educazione a cui vengono sottoposti questi ragazzi produce una classe di studenti con voti superiori alla media che però pagano un prezzo rigido per quanto riguarda felicità e salute, equiparandosi quasi ad abuso su minori.

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“Se vi svegliate e non iniziate subito a studiare, se dormite in classe, se vi fermate a chiaccherare con gli amici dopo pranzo, tutti i vostri desideri non si realizzeranno […] Di solito c’è sempre uno studente con dei voti magnifici che è in grado di essere accettato in una buona università e della cui domanda di ammissione io non mi debba preoccupare. Non sono mai stato così tanto preoccupato. Ditemi, che cosa posso fare per farvi accettare?” Nel rapporto ‘2015 PISA Student’s Well-Being’ stilato da un’inchiesta dell’OECD su 540 000 quindicenni intervistati in tutto il mondo hanno valutato la loro soddisfazione nella vita, vita sociale a scuola, la prestazione a scuola e l’impiego del tempo al di fuori della scuola su una scala da 0 a 10; i giovani coreani, su 48 paesi esaminati, si sono posizionati in fondo alla classifica con un punteggio medio di solo 6.36 punti, davanti solo alla Turchia.
I coreani spendono in media 60 ore alla settimana sui libri pari al 23.2%, quasi il doppio della media OECD del 13.3% e cominciano ad andare alle scuole private all’età di 9 anni, prima di ogni altro giovane.

Molti studenti si dichiarano ansiosi: il 75% afferma di aver paura dei pessimi voti mentre il 69% è preoccupato della difficoltà dei loro esami. Stranamente, i ragazzi che dedicano più tempo allo studio, sia dentro che fuori scuola, riportano un livello di soddisfazione maggiore rispetto a chi impegna poche ore nell’apprendimento e sentono un maggiore coinvolgimento e sentimento di appartenenza alla scuola.

Tuttavia, tutto questo impegnarsi per essere sempre I migliori comporta una diminuzione del tempo dedicato alle famiglie: solo il 33% dei genitori ammette che parlano con i loro figli tutti i giorni delle loro attività scolastiche e il 53.7% dichiara che si applicano per riuscire a parlare con la loro prole ogni giorno, mentre all’incirca il 70.2% dei giovani si siede a tavola con la loro famiglia almeno per un pasto, rispetto alla media OECD dell’82%.

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Così come viene presentato anche nel documentario, alcuni studenti hanno la possibilità di soggiornare nei dormitori adiacenti alle scuole; gli alloggi sono divisi tra maschili e femminili e ognuno ha le proprie regole, ma alcune che si ripetono in tutte le strutture come per esempio l’appello di sera, coprifuoco e orari da rispettare quasi maniacalmente.
Prendiamo come campione la Korea International School con campus sull’isola di Jeju che possiede un dettagliato programma a cui ogni studente si deve basare: sveglia alle 7 circa, colazione, lezione, attività curriculari e dopo cena, al posto di rilassarsi, devono passare altre ore sui libri per poter riposarsi verso le ore 11 di sera.
Tuttavia, non tutti riescono a staccare la spina e molto spesso i ragazzi si ritrovano a studiare anche a luci spente; secondo un sondaggio del National Youth Institute condotto su 9 521 fra giovani delle scuole elementari, medie e scuola superiore gli studenti coreani dormono circa 5 ore e 27 minuti a notte di media, con il 70% di essi che ammette di non riposarsi abbastanza.
La maggioranza degli allievi dei licei afferma che la loro mancanza di sonno è dovuta a causa dello studio notturno; poco svago, unito a troppo stress potrebbe essere il risultato dell’alto tasso di pensieri suicidari e tentativi di togliersi la vita. Una ricerca del 2014 mostra che più della metà dei teenager coreani ha pensato di suicidarsi, mentre secondo una tesi presentata alla Kyonggi University circa il 20% di questi hanno provato a mettere in atto questi pensieri e il 19.2% ne è sopravvissuto.
Secondo Kim Jae-in, autore di questa ricerca, solo lo 0.4% dei ragazzi consultano degli psicologi e, stando al suo studio, le autorità dovrebbero rendere obbligatorio ricevere controlli medici di salute mentale regolari e portare, coloro che ne hanno bisogno, da professionisti psichiatri.  
Solo il 24.9% ha affermato che, durante periodi di difficoltà, possono affidarsi alle loro famiglie, il 40.4% dichiara che cercano supporto dai loro amici, mentre il 2.6% si confida con i loro professori.

Uno studio separato della Yonsei University sui suicidi nei giovani ha scoperto che i coreani dipendenti dai loro smartphone sono più propensi a commettere il gesto estremo rispetto a coloro che non lo sono; la ricerca ha anche suggerito che l’uso eccessivo del telefonino è un indicatore maggiore della tendenza al suicidio rispetto a genere, struttura all’interno della famiglia e stato socioeconomico.

Il giorno prima del grande test, gli studenti si presentano alle loro scuole e vengono smistati in altri istituti a seconda delle loro materie di esame assieme ad un libretto di istruzioni in cui viene spiegato come si svolge lo stesso.
Per sperare nella buona riuscita, molti genitori si recano al tempio o direttamente a degli sciamani, quelli più zelanti vanno ai luoghi di culto da 100 giorni prima dell’esame fino al giorno preciso. L’insegnante Jung Ji-young dichiara in un’intervista che numerosi padri e madri aspettano i propri figli al di fuori delle aule dove tengono i test pregando affinché passino, che vogliano o no il sostegno dei loro procreatori.

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Il giorno in cui si decide il futuro di quasi 600mila studenti è giunto, 1 257 centri d’esame vengono impiegati, nessun veicolo può circolare a meno di 200m dai luoghi in cui gli studenti di dovranno recare, gli aeroplani sono interdetti dal decollo e atterraggio durante la prova d’ascolto d’inglese, il 112 è a disposizione in caso siano in ritardo, autobus e treni devono rallentare, i clacson non possono essere usati, insomma, l’intera nazione si spegne; giovani che dovranno sostenere il test in futuro o che lo hanno già sostenuto, insegnanti, genitori si recano davanti ai cancelli delle scuole per sostenere moralmente gli esaminandi.

Dopo aver svolto la prova, la stazione televisiva EBS Educational Broadcasting Center, che dagli anni ‘90 si occupa anche di trasmettere programmi in vista dell’esame per persone meno abbienti che non possono permettersi un corso in una scuola privata, manda in onda l’analisi dei risultati; gli esiti del test nel 2015 mostrano una disparità nei punteggi fra le sezioni più importanti quali matematica, inglese e coreano. Solo lo 0.8% ha avuto un risultato perfetto in Coreano A mentre lo 0.3% in Coreano B, lo 0.31% in Matematica A, l’1.66% per Matematica B e lo 0.48% in Inglese dimostrando un calo rispetto ai punteggi del 2014.

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“Voglio andare in una buona università. Non credo che studiare sia importante tanto quanto andare in una buona università.” “Perché vuoi andare in una buona università?” “Non è una mia scelta, tutta la mia vita e la società mi spingono ad andare in una buona università.” […] “Se diventerò insegnante, cercherò di impedire ai miei studenti di cadere nella routine. Il loro sogno non dovrebbe essere soltanto quello di ottenere ottimi voti, io vorrei aiutarli a trovare i loro sogni.”
In un mondo in cui la competitività lavorativa e accademica è sempre in crescita esponenziale, la Corea ci dimostra che, per raggiungere la perfezione, dobbiamo fare numerosi sacrifici a discapito di molti fattori, spesso anche della propria felicità.


Se ve lo foste perso, ecco il documentario andato in onda su Rai 3.

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    Articolo di: Veronica Croce

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