[VENEZIA73 – RECENSIONE] AGE OF SHADOWS

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TITOLO ORIGINALE: 밀정

REGISTA: Kim Jee-Woon

CAST: Song Kang Ho, Gong Yoo, Han Ji Min, Um Tae Goo, Lee Byung Hun

VOTO: 7/8

TRAMA: il film segue le gesta di Lee Jung-Chool, poliziotto doppiogiochista diviso tra patriottismo e senso di sopravvivenza durante il periodo di colonialismo giapponese in Corea del Sud.

RECENSIONE: 

Negli ultimi anni il cinema coreano ci ha abituati ad un numero altissimo di film dedicati al periodo della colonizzazione giapponese, ma se si pensa che il mercato sia saturo di questa tematica ci sbagliamo e il film di Kim Jee Woon ne è la prova affossando la concorrenza di film come Assassination con una regia e un uso della musica nettamente superiori alla media.

Il film racconta la storia del più violento gruppo di resistenza sudcoreano, in un periodo storico di lotte per l’indipendenza la Corea non è da meno e il popolo coreano nel tentativo di ribellarsi al tiranno nipponico ha anch’esso un gruppo armato come succede nello stesso periodo, e come succederà nei periodi futuri, in altri paesi.
Nonostante il film sia fitto di storia coreana che inizialmente potrebbe destabilizzare nel proseguo della narrazione sembra sempre più chiaro. Attraverso una complessa spystory il regista racconta magistralmente il malcontento generale di un periodo molto difficile e sofferto della storia coreana.

Il protagonista, interpretato dal sempre magistrale Song Kang Ho, da poliziotto coreano al seguito dei giapponesi si trova ad un  bivio, aiutare o denunciare i membri della resistenza? Lo spirito patriottico e il senso di vendetta – tipico del cinema coreano- seguono l’intera storia con una narrazione complicata ma allo stesso tempo lineare, spinta da grandissime scene d’azione e un intenso uso della musica.

La storia, infatti, viene accompagnata da musiche che per la maggior parte noi occidentali leghiamo ad un periodo di felicità e ricchezza, come lo Swing Jazz, mentre in Corea vengono ricordate con grande tristezza. Il fondamentale uso della musica lega l’intera narrazione come una sorta di magico filo che ricuce i pezzi alla perfezione.

Nonostante le due lunghe e intense ore il film non perde mai il ritmo serrato e stupisce fino all’ultima scena. Il regista ci tiene a dirci che i personaggi sono inventati ma che la storia è vera lasciando il pubblico – soprattutto quello occidentale- per qualche secondo interdetto ma allo stesso tempo estasiato per la forza emotiva del racconto.

Song Kang Ho è affiancato dalla crème de la crème degli attori coreani a partire dal co-protagonista Gong Yoo che quest’anno sta incassando un successo dietro l’altro e che al fianco di un grandissimo del cinema coreano non perde nel confronto. Da segnalare anche il cameo di Lee Byung Hun come a voler far parte di un kolossal di successo già scritto.

 

 

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    Articolo di: Veronica Croce

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