BIFF 2017 – GIORNO 2 “POPPY LA PRISCILLA CAMBOGIANA”

E se vi dicessimo che le protagoniste del film si sono dirette a Hollywood a bordo di un van rosa shocking? La strada da percorrere è lunga e sterrata, e proprio nella campagna cambogiana, dove anche il minimo tocco di modernità svanisce per dare spazio a foreste, palme e campi, si trova il famoso Hollywood, un tempo un club gestito da un ormai ‘vecchia’ donna transgender. Le protagoniste, infatti, sono tutte ragazze transgender che si rifugiano in campagna per scappare da un temibile assassino. La colpa? Di Poppy (Un Sothea), la nuova ragazza, che in realtà è un uomo eterosessuale e a tratti omofobo, di nome Mony; un ladro mascalzone che vive la vita alla giornata nella capitale cambogiana, l’affollata Phnom Phen, ma i guai gli sono appresso.

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Prima si ritrova a chiedere aiuto a Lena (Pee Mai), il fratello dragqueen, e a lavorare per il suo capo in un club di ‘lady-boys’, abili ballerini e cantanti. In seguito, dato che assiste ad un omicidio, si vede costretto a trasformarsi in una donna, seguendo il fratello e le sue colleghe fuori dalla città, per salvarsi la vita. Da uomo che disprezza ciò che gli è diverso, Mony/Poppy arriva a capire suo fratello e le altre artiste, diventando più altruista e scoprendo l’amore.

Un film commerciale che straborda di stereotipi, non serioso e nemmeno in cerca di un’approvazione alla ‘auteur’, ma che racconta con risate e creatività il delicato mondo dei transgender cambogiani, di come sono visti e malvisti dalla società e del loro unico desiderio di accettazione.

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La forza delle donne e l’accettazione del ‘diverso’

E accettazione è il messaggio che il regista, Visal SOK, vuole dare a tutti i suoi connazionali. I ‘ladyboys’ sono persone gli altri, anzi, nel film è Mony quello più strano, colui che la società invece definirebbe come normale; non solo lui, anche le altre figure maschili tendono quasi tutti verso il negativo, basti pensare al pigro poliziotto, al killer, e al vice-capo villaggio che fa di tutto pur di rendere difficile la vita delle giovani artiste. L’audience locale deve capire che i ladyboys sono solo delle donne, che non c’è niente di sbagliato in loro, e questa è stata la sfida più difficile da fare e trasmettere per il regista.

Silvia e SKO

Tutta l’essenza del film è il potere delle donne, includendo anche quelle transgender. Tutti gli uomini nel film sono quelli che sono persi, strani. Voglio che la gente, i cambogiani, capiscano che le donne sono essenziali nella società. Più donne al poter significherebbe poter portare equilibrio in questo mondo.” Il film, infatti, promuove tutte le donne.

Interessante anche la scelta della colonna sonora, canzoni che spaziano dai tempi moderni a quelle degli anni 60 e 70, prima dell’avvento dei Khmer Rouge. Una scelta fatta per mantenere vive canzoni e tradizioni che fanno parte integranti del patrimonio della Cambogia ma che le giovani generazioni stanno dimenticando piano piano. La musica serve per intrattenere spettatori ma anche personaggi, come dimostrano le ragazze che sono delle artiste in un club e il figlio del capo-villaggio nella campagna cambogiana.

Un giovane che vuole semplicemente percorrere la strada della musica ma che viene ostacolato in più di un’occasione dal padre.Perché? La causa deve essere ritrovata nel passato sanguinoso della Cambogia, quando i Khmer Rouge avevano distrutto l’arte e ucciso numerosi artisti. In quel tempo, nel film, il nonno del ragazzo era un artista e fu ucciso proprio dai Khmer Rouge e per questo motivo il padre, anch’esso artista in passato, decise di abbandonare la musica.

Per fortuna, il potere dell’arte, e delle donne, riesce a fargli cambiare idea, rispolverando la propria chitarra, ed esibendosi a lato del talentuoso figlio.

Il cast del film comprende attori full-time, come Un Sothea, Pee Mai e l’attrice che interpreta Vanny, Duch Lida,  ma anche, e ovviamente aggiungerei, artiste transgender che lavorano a Phnom Phen. Di queste, la più famosa è Poppy, l’attrice e modella cambogiana transgender più conosciuta, che interpreta il ruolo di Sasa, un po’ sorella maggiore un po’ leader del gruppo che con il suo fare calmo riesce a dare consigli e trovare soluzioni a tutto.

Nonostante il film presenti alcuni difetti tecnici, come problemi di suono, e abbia creato numerose difficoltà al regista, è un film da non perdere per via delle tematiche così sensibili che vengono trattate come se fossero un gioco, per non appesantirle e far recepire il messaggio a ogni singolo spettatore.

Se si è curiosi del mondo LGTB cambogiano e delle tradizioni e paesaggi della misteriosa tanto quanto affascinante Cambogia, Poppy Goes to Hollywood Redux sicuramente non deluderà.

Poppy Goes to Hollywood Redux è il prodotto di una modifica apportata dal regista alla versione del film del 2016 ed è stato ben accolto in patria.

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    Articolo di: Silvia Crippa

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