[RECENSIONE] EUNGYO (LA MUSA)

TITOLO ORIGINALE: 은교
REGISTA: Chung Ji Woo
CAST: Park Hae-Il, Kim Go Eun, Kim Moo Yul

TRAMA: Il famoso poeta di 70 anni Lee Jeok Yo vive appartato nella sua villa lontana dal mondo, con la sola compagnia dei suoi scritti e del suo protetto Seo Ji Woo che suole fargli visita per occuparsi delle faccende di casa.
Un giorno, una studentessa diciassettenne di nome Eun Gyo si fa trovare appisolata sulla veranda della villa del poeta che rimane folgorato all’istante dalla bellezza innocente e sensuale della ragazza. Eun Gyo comincia a lavorare come domestica per Lee Jeok Yo e il poeta si sente di nuovo giovane e innamorato.

VOTO: 8

“araboji*, cancella le mie lacrime, per favore”

Da quanto avevo letto di questo film ero molto incuriosita, anche perché dal trailer mi ricordava molto il libro Hotel Iris di Ogawa Yoko.

In realtà mi sono trovata davanti ad una vera e propria poesia.
Ci troviamo davanti alla realtà che si scontra con i sentimenti che si scontrano a loro volta con i desideri più primordiali.

Tutto quello che una mente adulta e un occhio disinibito vede non è quello che un cuore giovane o una persona che sa che i suoi giorni stanno finendo vedono.

Lee Juk-Yo è un poeta, il poeta nazionale, una persona amata, stimata ma estremamente sola nonostante la costante compagnia di Seo Ji Woo, un suo allievo.

Il tipo di solitudine di Juk Yo è la solitudine del cuore; è un uomo che vive nei suoi libri e nelle sue poesie che non ‘vede‘ le persone, salta subito all’occhio che il rapporto che ha con Ji Woo non è un rapporto costruttivo tra studente e insegnate, è un rapporto a senso unico, l’interesse per Ji Woo è nullo ed è proprio da lì che si percepisce l’estrema solitudine di Ji Woo, che, affamato di attenzione cerca in ogni modo di rimanere l’unica persona sempre presente per Juk Yo; ma quando nella vita del poeta entra la giovanissima Eungyo tutto cambia.

La vita del poeta si riempe, si sente amato sinceramente, la purezza della ragazza rende il suo cuore più leggero, tanto da desiderarla non solo come compagnia ma anche sessualmente.

Anche solo il pensiero di quel desiderio lo fa sentire più giovane, tanto da fargli sentire il bisogno di riniziare a scrivere.

Quello che l’uomo non sospetta è che il suo giovane assistente inizia a sentirsi geloso e spodestato dal suo posto e dalla sua unicità ed è qui che riconosciamo le tre diverse visioni del mondo.

Quella pragmatica di Ji Woo che vede nel rapporto, platonico ma estremamente profondo, tra il suo maestro settantenne e la giovane studentessa diciassettenne, qualcosa di sbagliato, di malato e sporco; quella pura di Eungyo che non coglie subito quello che Jukyo prova per lei, ha la malizia di capire che l’uomo prova qualcosa per lei ma ha anche l’intelligenza per capire che il sentimento dell’uomo nasce e muore con lui nonostante lei si senta profondamente legata all’uomo sa che non potrà mai esserci niente; infine, quella di Jukyo che grazie a Eungyo ha riacquistato la voglia di vivere, la voglia di essere giovane e soprattutto la voglia di scrivere; nel suo scritto e nei suo pensieri lui diventa più giovane e vede se stesso con gli occhi di un trentenne e non di un settantenne.

L’intreccio di sentimenti, tra realismo, desiderio di gioventù e amore rende questo film una perla di rara bellezza, una poesia per gli occhi.

La giovane interprete di Eungyo, Kim Go Eun, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per la sua interpretazione che è pulita e senza forzature.

Tutto il cast, composto solo dai tre protagonisti, da un ottima prova di capacità recitativa; tuttavia credo che Park Hae Il sia stato magistrale nell’interpretare un settantenne (avendo solo 36 anni) e i truccatori sono stati davvero molto bravi nel renderlo un arzillo anziano senza forzare i tratti del viso.

Ho aperto la recensione dicendo che dalla trama il film mi ricordava un libro giapponese, nonostante non si tratti dello stesso libro il film è ispirato al libro omonimo “Eungyo” pubblicato nel 2010 e scritto dal Park Bum Shin.

“Per gli innamorati una stella può essere una bellissima, per chi è affamato una stella può somigliare a qualcosa da mangiare”

(* Araboji= nonno, persona anziana)

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    Articolo di: Veronica Croce

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